Nel 1960 ecco Giovanni Testori al terzo volume dei suoi Segreti di Milano: La Maria Brasca.
La Maria Brasca, operaia in un calzificio della periferia milanese, vive presso la famiglia di una delusa e amara sorella; in lei si ritrovano il coraggio, l'entusiasmo sensuale, la disposizione, quasi fanatica, a stare dalla parte della vita, la carità, fondamentalmente materna, nei confronti del maschio, che anche qui ancora una volta è il miserabile e incantevole fuco da accalappiare, da ridurre alla santa, naturale ragione femminile.
Che cosa vuole la Maria Brasca? Metter su casa, sposarsi, fare dei figli, fare in modo che il suo Romeo la smetta di andare in giro senza far niente. Questo vuole, oscuramente. L'amore conta, si. Ma l'amore non basta se non serve, se non tende a qualcosa di diverso, di stabile, e cioè all'umile, naturale, ciecamente "cattolica" perpetuazione della specie.
La forma teatrale della Maria Brasca è di una semplicità, una immediatezza ed una originalità assoluta. Il dialogo senza mai essere dialettale-dialettale dal punto di vista del lessico, è invece il più veramente dialettale che il teatro italiano abbia forse mai visto.